Io amo i film horror. L’orrore è in fondo parte della nostra vita quotidiana, con la paura che costituisce un’emozione primaria imprescindibile e inscindibile dalle nostre esistenze. Dunque tempo permettendo vado sempre a vederli, essendo anche il mio genere preferito.
Backrooms in tal senso, diretto da Kane Parsons mi aveva colpito a primo impatto per la sua natura atipica. Giovane regista, piccolo budget 10 milioni di dollari, casa di produzione A24 che sfornato The Drama, che ho recensito e che mi ha conquistato. Purtoppo invece è stato una grande delusione, il perché lo potrete scoprire leggendo il resto dell’articolo!

Non mi fido degli influencer
Ci tengo a fare una riflessione esterna al film che reputo necessaria. Il film ha avuto una doppia proiezione, una per la stampa una per gli influencer. Ai primi sono stati dati una serie di gadget e intrattenimenti pre proiezione. Non voglio fare un ragionamento sul conflitto di interesse, ma è evidente che facendosi un giro sui social le impressioni intorno al film siano state tutte incredibilmente positive.
Si possono avere punti di vista diversi? Certamente ed è un bene per la critica informata avere punti di vista diversi. Si sa che la critica generalista in Italia è composta un buon mix tra amatori e professionisti. Ma è altrettanto evidente che molti influencer o presunti tali, sovente per paura di perdere le collaborazione e per le pressioni che derivano dai contenuti sponsorizzati, mancano di oggettività. Risultando evidentemente in malafede.
Ciò è ancor più grave quando certi difetti del film non sono punti di vista, sono questioni fattuali, oggettive che se si avesse un minimo di un minimo di onestà intellettuale si dovrebbe necessariamente sottolineare.
Il fatto è però che purtroppo, una comunicazione sempre più rapida e superficiale, fatta di spot e semplificazioni, si sta sempre più sostituendo all’informazione critica. Stiamo perdendo capacità di ragionamento, spessore critico e di approfondimento, ma soprattutto franchezza nelle analisi.
Un vero peccato, perché molte, troppe persone recandosi in sala rischiano di rimanere deluse, o peggio di non avere strumenti che vadano oltre mi è piaciuto o non mi piaciuto.

Un film che era partito bene ma
I primi due terzi del film erano pressocché più che discreti. Molto citazionista di diverse saghe videoludiche in vero da Resident Evil in particolare il settimo capitolo e Outlast su tutti. Atmosfere claustrofobiche, tensione costante, uso delle videocassette. Si nota il background del regista come videomaker e il tutto pur senza particolari guizzi.
Il film funzionava nel suo mantenere un certo alone di mistero intorno alla trama. Non era chiaro cosa fosse queste backrooms, né quale mistero si celasse dietro alle vittime viste ad inzio film. La sensazione era quella di un video sulle case infestate o su i classici creepypasta in voga sul web.
Il problema è che un film abbastanza inconsistente nella trama ma gradevole, compie nell’ultimo terzo una svolta filosofica che però non regge. Non regge perchè è una spiegazione raffazzonata, pseudo metafisica buttata lì nel tentativo di dare profondità ad un prodotto che non ha la struttura per reggere un racconto simile.
Il film manca di una parte centrale. Sembra un enorme prologo di una serie tv, a cui poi è stato attaccato un finale sconnesso. Si nota la forte influenza di Stranger Things, una serie tv che pur non essendo perfetta ha fatto scuola, ma che poco si incastra con Backrooms. Si finisce con il sovraccaricare gli ultimi dieci minuti con un enorme spiegone, tirando fuori dal cilindro una sorta di società scientifica occulta che stona con il resto del film. Il tutto per riprendere le vibes della serie Netflix senza riuscirvi.
Non vogliamo raccontarvi il finale, ma nell’ultimo terzo il film degenera davvero nel grottesco. Scene surreali, svolte di trama insensate che non portano da nessuna parte. Ciò per un eccesso di ambizione per un film che se fosse rimasto fedele ai primi 2/3 sarebbe stato anche gradevole. ma che sembra invece un frullatore impazzito di idee già viste.

Tirando le somme
Il genere horror ha sicuramente bisogno di nuove idee. Non può cadere sempre nei soliti remake, saghe, cliché e trame viste e riviste.
Le produzioni a basso budget nella loro artigianalità, e nella loro capacità di proporre idee e registi nuovi, possono essere la fucina di questo cambiamento. Ma bisogna scrivere dei soggetti all’altezza dei mezzi e dell’esperienza che si hanno, senza strafare.

