Il diavolo veste Prada 2: un’analisi sociologica

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Cari lettori, questo articolo rientra in una serie di editoriali che sto realizzando per le testate con cui collaboro, che prova a raccontare il cinema in chiave critica, ma fruibile.

Si tratta di un contenuto di approfondimento, un editoriale che si pone l’obiettivo ambizioso di provare a riflettere su alcuni spunti interessanti presenti nei film al cinema.

Andare oltre la superficie, provare a riappropriarci di una visione critica del mondo e di ciò che fruiamo come spettatori.

In questo caso parliamo de Il diavolo veste Prada, un film del 2026 che abbiamo visto in anteprima e che ci è molto piaciuto.

Per la recensione, la trovate qui.

Per l’editoriale, invece, dovete continuare a leggere!

Cosa resta della cultura?

Sembrerà paradossale aspettarsi spunti di riflessione critica da un film che, a primo impatto, potrebbe sembrare un’esaltazione del consumismo più massimalista e superficiale.

Eppure Il Diavolo veste Prada 2, al di là della dimensione meramente commerciale — di un film che funziona nei tempi comici e nel suo essere un enorme spot pubblicitario ai marchi della moda — muove dall’inizio alla fine riflessioni interessanti.

Il film introduce un’interessante riflessione sul rapporto tra cultura e capitalismo.

Il Diavolo veste Prada 2, infatti, mette a nudo le dinamiche capitalistiche che finiscono con il divorare la cultura nell’epoca post-pandemica.
Ciò porta alla crisi apparentemente irreversibile — intendendo con crisi il suo significato etimologico, ovvero trasformazione — del magazine Runway.

Screenshot

La dialettica dell’illuminismo

Una riflessione che possiamo ricollegare al pensiero di Max Horkheimer e Theodor Adorno intorno alla mercificazione della cultura, delineata nell’opera seminale Dialettica dell’Illuminismo.


La cultura, infatti, secondo i due sociologi, viene via via ridotta dall’industria culturale a merce standardizzata da vendere alle masse: masse instupidite, ridotte a consumatori passivi.

Così accade per Runway, svuotato di ogni sua verve, privato dei fondi necessari a produrre contenuti che possano rompere gli schemi.

Il film, infatti, si apre con una denuncia forte: i giornalisti licenziati con un messaggio.
Persone con una loro vita che la vedono stravolta da un capitalismo selvaggio, che ci atomizza e ci isola, rendendoci fragili e precari.

La denuncia ad inizio film è chiara: la professione del giornalista ha ancora un valore?
Oppure siamo tutti sostituibili?

Efficienza contro qualità

Qui ci ricolleghiamo nuovamente alla riflessione, più che mai attuale, di Horkheimer e Adorno.


Se la scienza, intesa in senso illuministico, serviva a fugare la superstizione e il pensiero magico e irrazionale che scadeva nel dogmatismo, la fede cieca nella tecnica applicata ad ogni aspetto della vita — nell’infallibilità di una razionalità che, in nome dell’efficienza, sacrifica il valore umano nelle cose — non è essa stessa una forma di fede dogmatica?

Lo stesso valore umano, la creatività come tratto dominante delle professioni liberali e di carattere artistico, viene incasellata e meccanicizzata.

Può l’intelligenza artificiale sostituire la creatività umana?
Può tutto essere sacrificato sull’altare dell’efficientamento dei costi?

Ma soprattutto, cosa è più importante: la massimizzazione del profitto o la qualità del prodotto?

C’è ancora spazio per prodotti di qualità oppure, non leggendo più nessuno ma limitandosi a scrollare, il contenuto di approfondimento non ha più spazio e ragion d’essere?

Distruzione che appiattisce

L’innovazione è davvero distruzione creatrice, citando Joseph Schumpeter, oppure è una distruzione appiattente?
Con contenuti che si fanno telegrammi, in un’epoca in cui la soglia dell’attenzione è sempre più bassa?

Che valore acquisisce, in fondo, questo stesso editoriale se nessuno avrà la pazienza di leggerlo fino in fondo?

Domande scomode, che ci spingono a chiederci chi potrebbe salvare la cultura in un mondo in cui i giornali non vendono, le librerie e le edicole chiudono.

Forse, come sembra suggerire il film, una sinergia tra pubblico e chi lavora nella cultura, una giusta dose di coraggio e imprenditori mossi anche — e non solo — dal profitto, ma dal desiderio di andare controcorrente e mettere la qualità al primo posto.

Utopico, visionario o il canto del cigno di un mondo che sta sparendo?

Andare oltre le apparenze

Dietro un film in apparenza superficiale e mosso da desideri meramente speculativi, di esaltazione di un certo mondo che unisce arte, cultura e moda — fatto di luci e ombre accecanti — Il Diavolo veste Prada 2, senza scadere nel lezioso o nel didascalico, ci pone di fronte a interrogativi importanti che non dovremmo trascurare.

Alcune domande restano tuttavia nell’aria.

Può un film parte della stessa industria denunciare le storture del sistema o è un mero esercizio di stile?
Certamente non è un film underground o di denuncia spinta, ma, paradossalmente, la sua natura nazional-popolare potrebbe far arrivare il messaggio a più persone — sempre che queste abbiano gli strumenti per coglierlo e farlo proprio.

L’importanza di non arrendersi

Il rischio è di cadere in una rassegnazione apatica rispetto a un cambiamento che sembra inevitabile e incontrollabile.

La seconda riguarda il ruolo degli intellettuali: quale peso hanno nella nostra società?
Che valore diamo alla cultura che producono?
È davvero possibile estrarre la cultura dalle logiche di mercato?
E l’intellettuale è esso stesso una merce rimpiazzabile?

Ciò non significa scadere in difese romantiche della centralità dell’umano, né in visioni retrotopiche che esaltino il passato, con i giornali cartacei e l’Olivetti nelle redazioni.

Ma non si può nemmeno subire il cambiamento, esserne agiti senza porsi dubbi, senza fare domande, senza aggiustare il tiro dove serve.
Perché la dignità umana dovrebbe essere sempre la stella polare, non un ostacolo.

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