Ci sono registi a cui, per storia personale e per grandezza, non si sa dire no. La trama, i protagonisti, il film stesso entrano in secondo piano.
Non sono molti i registi a poter vantare un simile ascendente, ma Sam Raimi è uno di questi. Se poi lo stesso Raimi torna alle origini e dirige un horror, è un evento davvero imperdibile. Parliamo dunque di un film del 2025, scritto da Damian Shannon e Mark Swift e diretto da Sam Raimi, dal titolo piuttosto telegrafico: “Send Help”.
Il film vede come protagonisti Rachel McAdams e Dylan O’Brien, in un horror thriller atipico, di cui vi parleremo…Senza spoiler.

La sinossi ufficiale
Linda Liddle e Bradley Preston, colleghi di lavoro e unici sopravvissuti a un incidente aereo, finiscono bloccati su un’isola deserta.
Per restare vivi dovranno mettere da parte i rancori e collaborare, ma la lotta per la sopravvivenza si trasforma presto in un disturbante e sarcastico duello di volontà e d’ingegno.

Un horror atipico
Il primo impatto è stato particolare. Il film sembra ripartire da scenari già visti mille altre volte, quasi un grande cliché.
Tuttavia, superato l’impatto iniziale — che ricordava qualcosa a metà tra The Office e Betty la Fea — il film finalmente ingrana. Non possiamo dire che l’opera sia particolarmente complessa, né che il colpo di scena finale risulti imprevedibile. Ma, nella sua linearità, risulta certamente godibile.
Grottesco nel suo alternare orrore e comicità, Send Help si ferma sempre un passo prima di prendersi troppo sul serio. Siamo lontani anni luce dai livelli de La Casa, ma nonostante ciò una buona regia, un uso interessante della CGI e qualche sequenza davvero horror rappresentano lampi di luce nella notte oscura.

Non un capolavoro ma
Non siamo sicuramente di fronte a un capolavoro. Ma Raimi realizza quello che appare come un tributo ai B-movie anni ’80, quasi scanzonato nel suo essere assurdo e, al tempo stesso, terribilmente spietato e brutale in alcune sequenze. Si ride in sala, ma ci si spaventa anche, grazie a due prove attoriali notevoli di Rachel McAdams e Dylan O’Brien.
Soprattutto Rachel McAdams si distingue per una grande capacità di metamorfosi attoriale, compiendo una vera e propria trasformazione nel corso della pellicola, che non sarebbe stata possibile senza uno squisito talento interpretativo.
Il finale è forse l’elemento più discutibile: quasi onirico, così come lo sono le sequenze più marcatamente horror del film.

Spunti di riflessione e considerazioni finali
La critica sociale è presente, ma non viene mai spiattellata allo spettatore. C’è l’incapacità dei figli dei grandi fondatori di aziende di calzare davvero le scarpe dei genitori.
Ma soprattutto emerge l’ossessione di una donna che desidera soltanto la sua piccola fetta di paradiso e che, delusa dagli uomini che continuamente la circondano, finisce per sviluppare tratti psicopatologici.
In fondo l’isola rappresenta una fuga mentale: un paradiso-prigione della mente, un’illusione, una via di fuga da un mondo civilizzato in cui la protagonista è una nullità e al quale, per questo, non vorrebbe tornare.
In questo suo mondo, incarnato dall’isola, lei può invece essere davvero utile grazie alle sue capacità di sopravvivenza. Il naufragio diventa così un’occasione di rinascita, ma anche una prigione dorata.
Un’illusione da tenere in vita a ogni costo, come una favola che a mezzanotte non può finire, perché in fondo non c’è nulla di bello a cui tornare.
Uno spunto interessante, che parla di sogno, di alienazione da noi stessi e dalla realtà, e del nostro desiderio di trasformare a ogni costo — persino mentendo a noi stessi e agli altri, o facendo di peggio — un castello di carte in qualcosa di reale.
Assolutamente consigliato ma con le giuste aspettative!

