Grazie agli amici di Eagle Pictures e Amazon Prime Video, abbiamo avuto modo di vedere in anteprima Mercy: Sotto accusa.
Film diretto da Timur Bekmambetov, regista russo-kazako noto anche per aver diretto Ben-Hur (2016).
Con protagonista Chris Pratt, volto nel MCU di Star-Lord.
Un film che potrebbe non ricevere sufficienti attenzioni, ma di cui invece vogliamo parlarvi proprio perché, pur avendo qualche difetto, ci ha positivamente colpito.

La sinossi ufficiale
In un futuro non lontano, un detective (Chris Pratt) è sotto processo, accusato di aver ucciso sua moglie. Ha solo 90 minuti per dimostrare la propria innocenza davanti al Giudice, un’intelligenza artificiale avanzata (Rebecca Ferguson) che lui stesso aveva contribuito a creare in passato, prima che decida il suo destino.

Le nostre impressioni
Mentiremmo se dicessimo che avevamo grandi aspettative. Eppure, preso a scatola chiusa, il film funziona.
Prima di tutto il film ha un ottimo ritmo: non si ha mai la sensazione di un film noioso. La stessa impostazione del film, infatti, basata sull’idea del tempo che scorre inesorabilmente, tiene viva l’adrenalina dello spettatore.
Il film ha una discreta componente action, resa discretamente dal regista, che è un buon mestierante. Si nota un uso sapiente delle riprese aeree con i droni e di una regia che, pur non godendo di chissà quali guizzi, vuole rendere la comunicazione della storia efficace e coinvolgente. Soprattutto la sequenza finale con il grosso inseguimento è adrenalinica.
Il film accelera molto nell’ultimo terzo, ma superato l’impatto iniziale, quando si entra nella logica del film, questo risulta molto piacevole e godibile.
Va detto che forse, nell’ultimo terzo, si prova ad alzare il tiro infilando dentro al film tante cose: terrorismo, traffico internazionale di droga, ecc. Però, pur con qualche forzatura su cui si può ampiamente sovrassedere, il film intrattiene e scorre amabilmente.

Un protagonista atipico
Chris Pratt propone, grazie a una prova attoriale solida, un protagonista ben scritto e ben interpretato: atipico, ma non originalissimo.
Quasi gotico-pop nel suo essere decadente.
Un ispettore molto umano, con problemi di alcol: padre e marito scostante, insomma non l’uomo dell’anno.
Eppure, nonostante ciò, con il suo carisma legato a un’intelligenza divergente e a un istinto da detective sopraffino, risulta allo stesso tempo carismatico e profondamente fragile.
Umano, troppo umano.

Sociologia e dintorni
Il film ha un’interessante riflessione sociologico-politica. Senza voler scendere troppo nei dettagli, possiamo tracciare delle linee orientative.
Una macchina come Mercy, basata sull’IA e che assolve alla funzione di giudice, giuria e carnefice, può davvero funzionare?
Apparentemente sì, dal momento che basa il suo giudizio su un’analisi oggettiva delle prove. Tuttavia, come ogni IA, questa è sottoposta a un processo di training da parte di esseri umani. In virtù di ciò può avere potenziali bias, dare peso maggiore o minore ad alcune informazioni, non cogliere sfumature.
Ciò detto, è davvero accettabile che una macchina conceda solo 90 minuti a un uomo per scagionarsi? Ovviamente no. A maggior ragione se si ribalta l’onere della prova e l’idea stessa alla base del sistema penale e giuridico, basato sul principio della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Qui, invece, si parte dalla presunzione di colpevolezza.
Eppure, nonostante ciò, ci si affida a una macchina guidata da un’IA. Perché? Da qui si apre un’interessante riflessione sulle tematiche della tecnocrazia, ovvero dell’asservimento della tecnica a esigenze di tipo umano e sociale. Anche se, sovente, il paradigma si ribalta ed è l’uomo che finisce asservito alla macchina stessa, riponendo in essa una fiducia cieca.
Ovviamente tutti questi assunti nel film sono criticati, spingendoci a riflettere, ad esempio, su quanto noi siamo, o rischiamo di diventare, dipendenti dalle IA.
Il punto è anche il perché. Il film ci propone un futuro molto prossimo, in cui per arginare la criminalità si ricorre a Mercy, appunto. Ma perché lo si fa? Per ricercare una giustizia autentica? Il film sembra suggerirci di no, in vero. Questo perché, in un clima di forti tensioni sociali e insicurezza, reale o percepita, diventa più importante ottenere risultati: dare l’idea che si stia agendo, che si stiano ottenendo risultati. La tecnica viene dunque messa al servizio di una presunta efficienza, che però schiaccia le libertà e sacrifica la verità sull’altare di risultati rapidi e risolutivi.
Una riflessione di stretta attualità, in periodi in cui, al crescere di disparità sociali e malessere, si prova a rispondere con punizioni e meccanismi di controllo sempre più perniciosi e invadenti.
Ma se anche una macchina può sbagliare, allora il film ci ricorda che, al di là dei dati, l’istinto è ciò che ci può far andare oltre la conclusione apparentemente più probabile, ma non necessariamente vera.
Un racconto distopico, eppure di un futuro più che mai prossimo.

Conclusioni
Un film godibile, che pur avendo qualche difetto resta godibile e piacevole da vedere, magari con piglio critico.

