SICK OF MYSELF: cosa faresti per farti notare? – Recensione

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Il 5 ottobre 2023 arriva nelle sale italiane Sick of Myself, secondo lungometraggio di Kristoffer Borgli distribuito da Wanted Cinema. La pellicola norvegese, presentata in anteprima al 75° Festival di Cannes, è una ventata d’aria fresca nel panorama delle commedie europee, del gore e del grottesco.

Di cosa parla Sick of Myself?

Signe è una giovane ragazza che vive a Oslo col fidanzato Thomas. Lei fa la barista, lui è un artista che sta acquisendo notorietà, ma i due hanno in comune una cosa: sono entrambi narcisisti patologici.

Difatti, è proprio l’improvviso successo di Thomas a destabilizzare Signe che – sentendosi sempre più invisibile e messa da parte – cerca qualunque occasione per tornare al centro dell’attenzione. È a questo punto che la ragazza decide di assumere un pericoloso farmaco russo, illegale in Norvegia, con un singolare effetto collaterale: causa una grave infezione alla pelle che, se non curata, finisce per deturpare irrimediabilmente il viso e il corpo dei pazienti.

Come ne parla?

Sick of Myself è un film che parla di solitudine, di abbandono, di incapacità a comunicare le proprie difficoltà. Ma parla anche di malattia mentale e fisica, di rapporti tossici, delle ipocrisie di una società che si racconta aperta e inclusiva.

Tutto questo potrebbe essere tranquillamente raccontato con una lente drammatica, toccante e commovente. Ma Sick of Myself non lo fa. Anzi, sceglie la strada – più complessa ma forse più efficace – del grottesco, della commedia, della satira. Il messaggio ti arriva attraverso la risata e il disgusto, nella repulsione che provi per le azioni dei personaggi e, in seguito, per l’aspetto stesso della protagonista.

È proprio nel grottesco il segreto del film. La storia è assurda, folle, impensabile, ma a pensarci bene non inverosimile. Tutto quello che succede, in casi estremi, potrebbe accadere davvero. Le dinamiche raccontate, i sentimenti negativi che da spettatore giudichi e rifuggi, in realtà fanno parte di tutti noi.

Ciò che fa il film è semplicemente mettere tutto in scena in modo crudo e onesto, con una sceneggiatura semplice, essenziale e mai banale.

Cosa ci dicono le immagini?

Sick of Myself è un film norvegese. L’ho già detto ma lo ripeto perché è il modo migliore per descriverne l’estetica. Grandi spazi, colori chiari e un generico stile minimal dominano la parte visiva del film.

Case bellissime, arredate con gusto ma anche fredde e asettiche. Parchi con l’erba tagliata al millimetro, puliti e curati. Ristoranti di lusso, eleganti e silenziosi, in cui tutti invece di parlare sussurrano. Sono tutti spazi che comunicano una cosa: ansia. Tutta quella perfezione, in cui ogni cosa è al suo posto, è soffocante e opprimente, ma al tempo stesso standard. E se essere perfetto ti rende anonimo, per spiccare devi sporcarti, sbagliare, essere imperfetto. Forse anche fare schifo.

L’ambientazione è poi importante per un altro fattore: la luce. Siamo nel periodo dell’anno in cui le ore di luce, specie in Norvegia, sono molte più di quelle di buio. Ciò significa che tutto quello che succede, succede alla luce del sole – ovvero, sotto lo sguardo di tutti, nonostante nessuno sembri rendersene conto. Fino al punto in cui quasi ci si spazientisce con gli amici e i familiari di Signe: perché non vi accorgete di niente? Perché vi stupite di ciò che sta accadendo?

La regia è il meno possibile invasiva, la fotografia estremamente realistica, la recitazione naturale. Tutto rimanda a uno stile quasi documentaristico – ma anche molto europeo, diverso dai prodotti hollywoodiani – che ci ricorda che forse quello che stiamo vedendo non è così lontano dalla realtà.

Perché Sick of Myself funziona?

Sick of Myself è un film che funziona perché è sincero, ma anche divertente e visivamente potentissimo. È un film che parla di noi, dei lati peggiori dell’essere umano e di quello che spesso rifiutiamo di vedere.

Il tutto con uno stile fresco, d’impatto e unico. Insomma, Sick of Myself è un film che vale la pena vedere, anche solo per non fare la fine di Signe.

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