Fire Punch di Tatsuki Fujimoto: un viaggio chiamato vita – Recensione e Riflessione

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Opera clamorosa dal maestro Tatsuki Fujimoto. Manga che supera i confini del genere entro cui è collocato e sfiora le più svariate tematiche: dalla religione alla politica, dall'atteggiamento delle masse al comportamento del singolo, dalla disforia di genere al senso di perdita e ossessione, dalla finzione alla realtà. Un manga omaggio all'essere umano e alle sfaccettature che caratterizzano la sua condizione. Un capolavoro.

Dalla mente del maestro Tatsuki Fujimoto nasce Fire Punch, serie composta da otto volumi, edita in Italia dalla Star Comics

Foto di @anerddiary su Instagram

La trama: distopia oltre i confini del possibile

La storia si può riassumere brevemente attraverso il costrutto di distopia. Lo scenario mostratoci da Tatsuki Fujimoto è quello di un mondo nuovo, quasi apocalittico, in cui gli esseri umani dovranno fare di tutto per “sopravvivere alla fame, al freddo e alla follia”, per riprendere la definizione della condizione umana, usata da molti personaggi nel corso dei capitoli. 

Come sempre, con Fujimoto abbiamo una trama con dei personaggi totalmente fuori dagli schemi, i quali ci mostrano quanto in fondo si possa sprofondare nel baratro della follia, mettendo in piazza una società regredita a tal punto da riaccogliere le pratiche di schiavitù e d’esecuzione sommaria. 
Seguendo la perfetta scia del maestro, il tutto viene curato in maniera sublime dal punto di vista stilistico e fumettistico, sempre con un taglio nettamente cinematografico in cui vengono ad alternarsi momenti più luminosi a sfumature sempre più cupe. 

Paura ed ignoranza come mezzi di controllo delle masse

Di questa serie ho amato tutto, soprattutto i vari riferimenti alla vita, alle religioni e al cinema. Indubbiamente pregnante il riferimento allo stato di ignoranza tipicamente caratterizzante una società tornata a un’epoca in cui vige la mera soddisfazione dei propri impulsi primordiali, senza alcuna regola. Un riferimento puramente autentico se si pensa al forte collegamento che viene sottolineato di questa con la religione.

L’ausilio di un capro espiatorio su cui riversare la propria pulsione di morte già era stata teorizzata da Freud in “Psicologia delle masse ed analisi dell’Io” (1921). Da qui si comprende il genio del maestro Fujimoto.

La creazione di una religione per sopperire ai drammi della vita, la fondazione di un Dio che possa fungere da mezzo di speranza nei momenti più bui della propria esistenza. Infine, la ricerca di un capro espiatorio su cui gettare tutto il proprio odio, tutte le incomprensioni. Sun è uno dei personaggi più esemplificativi in questo senso in quanto incarna perfettamente l’uomo medio, senza cultura, che ha sofferto per tutta la vita e ha dovuto trovare un modo per rimanere sano, per non sprofondare nella follia. Follia che, ahimè, l’ha comunque pervaso. Pervaso perché Sun non è stato in grado di reggersi da solo nel momento in cui il Dio che si era creato nella sua mente era crollato. Insomma, un perfetto esempio di fede estremizzata, ridotta all’osso.

“La volontà di Dio” come mezzo per fuggire da un proprio senso di responsabilità.

Un omaggio alla mondo del cinema

Il tutto viene immerso in uno schema di regia, imposto dall’amabile Togata, attraverso cui Fujimoto riesce a trattare anche la tematica tanto sofferta della disforia di genere. Togata ci permette di assaporare l’aria del cinema, il suo senso, la sua bellezza, mettendo addirittura a paragone la sala da cinema col paradiso. Tuttavia, d’altro canto, ci mostra l’imprevedibilità della vita, la sua incertezza, l’incompatibibilità di questa col mondo del cinema. E lo fa mettendo in luce quella che è la linea sottile tra sanità e patologia di cui parlava Jaspers nella sua fenomenologia. Il protagonista, difatti, fa continui salti avanti e indietro su questa linea. Insomma, attraverso questo personaggio ci rendiamo ancora una volta conto di quanto la realtà non sia minimamente paragonabile alla magnificenza che può arrivare dalla finzione. 

Riferimento (uno dei tanti) del cinema come paradiso. Il cinema è quel luogo dove le persone vanno per sognare, riflettere e appurare quanto la propria vita sia autentica o meno.

LA RECITA DELLA VITA

Seguendo la scia delineata da Togata, in Fire Punch si parla spessissimo di recitazione e qui mi pare indubbio l’ovvio riferimento a Pirandello o più in generale alla tendenza dell’essere umano ad indossare delle maschere diverse per ogni occasione della propria vita. Il concetto di “recita” che qui viene messo in mostra si ricollega al messaggio che predomina lungo il corso di tutta l’opera: “Vivi!”.
L’opera ci mostra fin dall’inizio come la vita del giovane Agni fosse da sempre caratterizzata da una sofferenza senza fine. La morte dei genitori l’aveva costretto a vivere per qualcun’altro, ossia l’amata sorella Luna. L’aveva costretto a dover vegliare per sempre su di lei. Insomma, ancor prima di essere vittima delle fiamme eterne e del desiderio, impostogli dalla sorella, di continuare a vivere, egli già era schiavo di una condizione da lui non scelta. Ma quanto può durare questa condizione? Per quanto tempo possiamo resistere vivendo per qualcun’altro e non per noi stessi? Per quanto tempo possiamo vivere, ma non come vorremmo noi? 
A volte anche per sempre, ma a che costo? A costo di perdere la nostra autenticità, di perderci in una recitazione, di assumere il ruolo che ci è stato affidato da qualcun’altro. E tutto ciò scordandoci chi siamo e cosa vogliamo davvero fare. E ne vale davvero la pena? 

Conclusioni: un viaggio

In questo senso, ho interpretato Fire Punch come un viaggio. Un viaggio alla scoperta di se stessi. Un viaggio in cui spesso si incontrano tanti personaggi, sempre secondari rispetto a sé. Personaggi che si ameranno, si odieranno e tanto altro ancora. Un viaggio dove spesso si è chiamati ad essere chi non si è, a rivalutare ciò che si sta facendo e a crescere. Il tutto facendo attenzione a non perdere la ragione lungo il dissestato tragitto. Un’esperienza di “rinascita”, in cui si sottolinea che non è mai troppo tardi, per essere ciò che si vuole e per vivere la vita che si desidera. Un viaggio che mi piacerebbe definire “vita”, la cui fine culminerebbe nel bellissimo paradiso che è il cinema. Catarsi.

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